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martedì 30 aprile 2013

GLI 80 ANNI DI ADRIANA ASTI

ADRIANA ASTI


Adriana Asti, nata a Milano il 30 aprile 1933, è una delle più grandi interpreti teatrali italiane (diretta fra gli altri da Strehler, Ronconi e Visconti) in grado di lasciare pure nel cinema un segno importante in film di Pasolini, Bertolucci, De Sica e Buñuel.
Protagonista di quel magico momento culturale che furono gli anni Sessanta, Adriana Asti fu amica di Pasolini, Moravia, Elsa Morante, Natalia Ginzburg (che si ispirerà a lei scrivendo Ti ho sposato per allegria, interpretato al cinema dalla Vitti) e compagna di Bernardo Bertolucci
Scappata di casa, divenne attrice per caso, grazie a Luchino Visconti che la lanciò prima come attrice teatrale poi come attrice cinematografica, seppur con una differenza: a teatro le affida ruoli da protagonista, al cinema amichevoli apparizioni, come quella nei panni di lavandaia nel capolavoro Rocco e i suoi fratelli nel 1960 o quella cortigiana che cerca invano di sedurre Ludwig (1973).
 
Adriana Asti diventa poi molto amica di due registi esordienti che si rivolgono a lei per il loro film d’esordio: il primo è Pasolini (gli sarà vicina, come Laura Betti, durante i diversi processi che l’intellettuale affronta in quel periodo) che la dirige in Accattone nel 1961 (ma anche in Capriccio all’italiana, nel 1968) e il secondo è Bernardo Bertolucci, diventato suo compagno, che le regala nel 1964 un ruolo magnifico, probabilmente il più bello della sua intera carriera, nel profetico Prima della rivoluzione.
Dopo radio, teatro, doppiaggio (presta la voce alla Sandrelli e alla Cardinale) e cinema all’Asti non le rimane che tv che le regala grande popolarità grazie ad una fortunatissima trasposizione televisiva de La fiera della vanità.
Nel 1973 recita nel penultimo film di De Sica, Una breve vacanza, per il quale riceve il Nastro D’Argento come miglior attrice non protagonista, il primo della sua carriera. Il secondo arriverà tre anni più tardi grazie a L’eredità Ferramonti di Mauro Bolognini, che le affiderà delle particine in altre due pellicole molto controverse (Per le antiche scale, Gran Bollito) che preannuciano la seconda fase della sua carriera, quella dalle sfumature erotiche.


La fine della fase diciamo “alta” della carriera di Adriana Asti coincide con la crisi del  cinema italiano di qualità e la scomparsa della maggior parte dei grandi autori, molti dei quali le erano stati amici. Adriana si ritrova così ad interpretare ruoli per lo più marginali in film spesso marginali i cui contenuti e toni sono spesso suggeriti fin dal titolo: Homo Eroticus (con Lando Buzzanca), Paolo il caldo (con Giancarlo Giannini), Conviene far bene l'amore (con Christian De Sica e Gigi Proietti) e Il petomane, che a dispetto del nome è invece una satira con Tognazzi e la Melato. 
Dall'estero arriva per fortuna Buñuel che la dirige in quel gioiello surrealista de Il Fantasma della Libertà in cui Adriana suona un pianoforte completamente nuda.
Al suo ritorno in Italia la aspetta Tinto Brass con Action e soprattutto il famigerato Io, Caligola (che vede tra i protagonisti Malcom MacDowell e Helen Mirren) summa del cinema di violenza e d’erotismo che caratterizza l’Italia di quegli anni.

Questi sono anche gli anni in cui la signora Asti sposa Giorgio Ferrara, fratello di Giuliano dalle diverse opinioni politiche, che la dirige in un introvabile ma sulla carta interessante adattamento di una novella di Flaubert, Un cuore semplice, al fianco di Alida Valli e la star warholiana Joe Dallesandro.

Dagli anni Ottanta è dunque il teatro a darle maggiori soddisfazioni, tra cui un Premio Duse nel 1993. Al cinema tiene a battezzo lo sfortunato esordio cinematografico di Sabina Guzzanti in Bimba! ma la terza fase della sua carriera si apre nel 2003 con La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, uno dei più interessanti film italiani del nuovo millennio, che le farà vincere il terzo Nastro d’argento. I due tornano a collaborare la terza volta (la prima fu nel film inchiesta Pasolini, un delitto italiano del 1995) in Anche a libero va bene (2005).

Negli ultimi anni ha vissuto tra l'Italia e Parigi, ha recitato in molti film francesi, tra cui l’ultimo di André Techiné, Les impardonnables, ha pubblicato due libri in francese, ha continuato a girare il mondo con le sue tourné teatrali e a luglio la vedremo intepretare Jean Cocteau al Festival dei due mondi di Spoleto, diretto dal marito.

Di seguito le immagini più rappresentative della sua carriera cinematografica e televisiva.
 
1960 - ACCATTONE - PIER PAOLO PASOLINI
 1964 - PRIMA DELLA RIVOLUZIONE - BERNARDO BERTOLUCCI
 1967 - LA FIERA DELLA VANITA' - ANTON GIULIO MAJANO
 1968 - CHE COSA SONO LE NUVOLE DI PIER PAOLO PASOLINI (CONTENUTO IN CAPRICCIO ALL'ITALIANA)
 1973 - LUDWIG - LUCHINO VISCONTI
1973 - UNA BREVE VACANZA - VITTORIO DE SICA
1974 - IL FANTASMA DELLA LIBERTÀ - LUIS BUÑUEL
1979 - IO, CALIGOLA - TINTO BRASS
 2003 - LA MEGLIO GIOVENTÙ - MARCO TULLIO GIORDANA
 

sabato 27 aprile 2013

Poca meraviglia alla meraviglia


TO THE WONDER
di Terrence Malick,
USA, 2012
con Olga Kurylenko, Ben Affleck, Rachel McAdams, Javier Bardem, Tatiana Chiline, Romina Mondello.
Se ti piace guard anche: The Tree of Life, Un giorno devi andare.
 USCITA ITALIANA: 4 LUGLIO 2013
..Temi che il tuo amore sia morto,ma forse sta aspettando di trasformarsi in qualcosa più elevato...

TRAMA

Una donna si innamora perdutamente di un uomo che non vuole sposarla. Dalla Francia si trasferisce con la figlia nel paese dell’uomo, ovvero negli Stati Uniti. Vivono insieme finché il visto non scade e le due sono costrette a tornare in Francia, dove la donna non riesce a trovare un senso alla sua vita. Allontana la figlia e si dispera, lui intanto trova un’altra donna. Ma i due sono destinati a tornare insieme: lei ritorna negli USA, lo sposa, lo tradisce, lo lascia…


RECENSIONE

Dopo un magnifico incipit francese, una volta approdati negli States finisce la magia. L’amore si sgretola, la disposizione dello spettatore pure.

Speculare a The Tree of life, di cui pare essere una sorta di prequel, ne amplifica i difetti e ne riduce i pregi. Eliminato l’effetto meraviglia della precedente opera di Malick, To the wonder rimane un’installazione artistica virtuosistica non più stupefacente che traduce in immagini e suoni didascalie di tipo sentimentale e religioso, raggiungendo risultati stucchevoli.

Se il precedente film poteva essere bollato di pretenzioso virtuosismo, in questo si aggiunge l’aggravante di un sentimentalismo e spiritualismo insopportabili, che si posso difendere solo per il loro essere così controcorrente, naif e fuori dal tempo.

Anche il ruolo del prete è stucchevole, col suo continuo pregare e interrogarsi sulla fede e l’intento di dare una piega edificante e catartica alla pellicola. Se the Tree of life cercava la “grazia” qui si cerca l’amore anche attraverso la disgrazia e in fondo entrambi i film sono riassumibili come delle preghiere sussurrate dalle due protagoniste e da un personaggio maschile, là il figlio, qui il prete.

In rapporto al precedente, impietoso è il confronto di interpretazioni: The Tree of Life spiccava per le straordinarie performance dei due bambini e di Jessica Chastain. Olga Kurylenko, nonostante parli in tre lingue, non è lontanamente paragonabile all’interpretazione e al ruolo della Chastain, e Ben Affleck, muto, non è Brad Pitt. Ma la colpa, ben inteso, non è loro, ma dei loro ruoli sfuggenti.

Insomma Malick ancora una volta divide, ma questa volta siamo di fronte a un’opera minore, in quanto non presenta nessuna novità né a livello di forma né a livello di contenuti, perdendo così la maggior parte del suo fascino dovuto alla meraviglia che poteva suscitare il film precedente.

I più entusiasti sostenitori del precedenti ameranno anche questo, gli oppositori troveranno nuovi argomenti per attaccare il loro bersaglio. Per gli altri rimane un film ricco di bellissime immagini e bisbigli di persone che parlano tra sé e sé.

VOTO: 7

venerdì 26 aprile 2013

Il ragazzo della carta (igienica)

THE PAPER BOY
 di Lee Daniels
USA, 2012
con Nicole Kidman, Zac Efron, Matthew McConaughey, John Cusack, Macy Gray


USCITA ITALIANA: non prevista
Se ti piace guard anche: Pelle di serpente, Pazzi in Alabama
TRAMA
Una domestica racconta un doppio fatto di cronaca avvenuto nella città in cui lavorava: un omicidio commesso da un uomo di cui si innamora una donna che chiede a due giornalisti di provare l'innocenza dell'assassino che ha conosciuto tramite corrispondenza epistolare.
Uno dei giornalisti ha come fratello minore un adolescente pompato che ha come unica amica questa domestica..
RECENSIONE
Dopo l'acclamato Precious, Lee Daniels torna con un film a tinte forti che finisce per essere un concentrato di trash all'ennesima potenza. 
I toni sono bollenti, come le temperature del profondo sud dove si svolgono i fatti. Tra razzismo, violenza, sesso e tanto caldo, i fatti sono racconti dalla domestica che lavorava presso la famiglia in cui lavorava. 
Ma le lungaggini dei racconti della donna annoiano e fin dai primi momenti non si comprende perché questa storia dovrebbere interessare a qualcuno.
L'unico motivo di interesse è capire perché l'unico uomo che una bambola come Nicole Kidman possa sposare è un prigioniero misogino, brutto, sporco e cattivo, condannato per omicidio. A tale mistero il film ovviamente non darà risposta. 
Misterioso anche il bambolo gonfiato Zac Efron che può amare solo la matura bambola gonfiata citata prima.
Insomma il film è volutamente e sfacciatamente esagerato e inverosimile, pur con una confezione all'apparenza seria di film d'inchiesta.
Stupisce la generosità e il coraggio degli interpreti: un imbruttito e ripugnante Jack Cusack, Matthew MacConaughey come al solito con le chiappe all'aria e alle prese con un personaggio indubbiamente difficile, Zac Efron perennemente in mutande e Nicole Kidman che urina sul povero Efron e "mima" un rapporto sessuale in prigione. A sorpresa, la migliore dle gruppo e l'unica che si salva la faccia è Macy Gray, che un tempo era nota come cantante.
Come la maggior parte degli ultimi film dell'ex divina Nicole Kidman la domanda resta sempre: perché Nicole? 
P.S. Il film è uscita l'anno scorso in USA e in Francia ma per l'Italia non sembra prevista alcuna distribuzione per il momento.
VOTO: 4

mercoledì 24 aprile 2013

Se bastasse un fagiolo...

IL CACCIATORE DI GIGANTI
(JACK THE GIANT SLAYER)
di Bryan Singer,
USA, 
2013
con Nicholas Hoult, Eleanore Tomlinson, Ewan McGregor, Stanley Tucci, Bill Nighy
 
TRAMA
Jack si ritrova con dei fagioli magici che si traformano in piante altissime che lo portano nel mondo sopra le nuvole, quello abitato dai giganti: al suo fianco c'è la figlia del Re, che capitava di là proprio nel momento in cui la pianta inizia a crescere.
Il Re ovviamente manderà i suoi uomini più valorosi per ritrovare la principessa.
RECENSIONE
Bryan Singer affida al fido collaborato Christopher McQuarrie l'adattamento di Jack e la pianta di fagioli, ma i risultati sono ben diversi da quelli ottenuti con I Soliti Sospetti..

Ci troviamo di fronte all'ennesima versione colossal di una fiaba, adatta a un pubblico senz'altro molto ampio e priva di infantilismi, ma alla fine dei conti del tutto innocua. 

L'ex attore di Skins Nicholas Hoult veste i panni di poco convinto protagonista, Ewan McGregor ben si presta nel ruolo di valoroso cavaliere. Perfino gli effetti speciali non sono tanto speciali.
VOTO: 5
 

lunedì 22 aprile 2013

Che differenza c'è il leader politico e un pazzo?

VIVA LA LIBERTÀ
 di Roberto Andò,
Italia, 2013, con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Anna Bonaiuto




Se ti piace guarda anche: Il Gioiellino, Il Divo.
"Politica e cinema non sono poi così diversi: in entrambi genio e bluff convivono".



TRAMA

Un leader (Servillo) di un'opposizione stantia un giorno di decide di sparire, senza dire niente né al portavoce/assistente (Mastandrea) né alla moglie (Cescon), e si rifugia a Parigi da un'ex fiamma ora felicemente sposata (Bruni-Tedeschi)
Nel frattempo, a Roma, il suo fedele portavoce scopre che il leader ha un fratello gemello...
RECENSIONE
A una dozzina di anni dal suo debutto, e dopo una serie di film che non hanno soddisfatto particolarmente né critica né pubblica Roberto Andò gira un film riuscito, attuale, arguto, sarcastico, divertente ed elegante, in cui gli intellettualismi dei film passati si trasformano in interessanti riflessioni.
Andò parla di politica attraverso il cinema e nel farlo non esita a fare paragoni azzeccati, come nella battuta di inizio post, ma coinvolge pure Fellini e inserisce un'intervista in cui il sommo maestro parlava della disgregazione culturale di un paese governato da pubblicità e tornaconti economici.
La sceneggiatura è scritta bene, senza sbavature e con buon ritmo, per merito dello stesso Andò e Angelo Pasquino, insegnante di sceneggiatura e autore già di molte pellicole di Michele Placido, fra gli altri.
Riflettendo sulla condizione del partito politico italiano d'opposizione (si parla palesemente del Pd) Andò traccia una riflessione di grandissima attualità quando, complice uno scambio di persone, mette a capo del partito il gemello pazzo. Eppure, questo folle, privo di esperienza politica, riuscirà a dire finalmente "cose di sinistra" come direbbe Moretti, a risanare i rapporti con la Germania grazie a un balletto con una divertita Merkel, ma soprattutto ad arrivare al popolo, riuscendo nell'impresa di riempire Piazza di San Giovanni in Laterano.

Impossibile non pensare all'incantatore di masse Grillo o alle recenti scelte folli del Partito Democratico, ma al di là di queste doti profetiche, il film è un gioiellino di scrittura e grandi intepretazioni grazie a un cast che unisce i migliori volti del cinema italiano: Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Anna Bonaiuto e dal lato francese, un'eccellente Valeria Bruni Tedeschi. Nella parte francese sembra di assistere a un film francese, il che è un grande complimento.

VOTO: 8-
 

domenica 21 aprile 2013

Un giorno devi andare

UN GIORNO DEVI ANDARE
di Giorgio Diritti,
Italia, 2013
con Jasmine Trinca, Sonia Gessner, Anne Alvaro


TRAMA
Una ragazza dopo aver vissuto un trauma decide di partire per il Brasile assieme a una missionaria per visitare le comunità di indios che vivono nelle foreste, ma preferisce poi andare nelle favelas. In Italia, nel frattempo, sua madre è preoccupatissima per lei, ma le due non riescono a dialogare.
RECENSIONE 
Dopo L'uomo che verrà, film importante nel panorama italiano degli ultimi anni, Giorgio Diritti torna con un'altra storia che presenta diversi punti di interesse.
Presentato al prestigioso Sundance Film Festival, dove ha ricevuto lusinghiere critiche dalla stampa estera misteriosamente taciute dai media italiani che questa volta non hanno minimamente appoggiato l'uscita del film dell'acclamato regista bolognese, una volta uscito nelle nostre sale è andato incontro all'inevitabile fallimento commerciale.
Il regista, dopo aver fatto i conti con un infausto episodio di storia nazionale, il che gli aveva del resto procurato molta visibilità, decide di esplorare temi non meno coraggiosi ma di minor appeal per il nostro pubblico, ovvero le condizioni dei brasiliani poveri, quelli che vivono nelle foreste e nelle favelas e quindi si addentra nel loro mondo e ne restituisce la lingua (come L'uomo che verrà era uscito coi sottotitoli perché in dialetto, così quest'ultimo film è quasi totalmente in brasiliano). Diritti scruta l'universo che descrive con lucidità, cercando di restituire i pregi e i difetti di quel mondo incontaminato in cui tutti sorridono anche nella più grande miseria, ma in cui un padre è capace di vendere il figlio neonato mentre la madre è al lavoro.
Con la stessa lucidità, senza giudizi o provacazioni, ci mostra l'operato delle suore, sia quelle missionarie sie quelle che se ne stanno a ricamare in un convento.
E accanto a questo protagonista geo-sociale, il Brasile, c'è una protagonista in carne e ossa, interpretata efficacemente da una sfuggente Jasmine Trinca, una donna che cerca qualcosa, un'identità, un senso. Ma avere il coraggio di trovare se stessi comporta grandi sacrifici e dolori, analoghi a quelli vissuti quando si scopre di essersi persi.
 
In definitiva un film coraggioso, serio, silenzioso, contemplativo, con una bella fotografia e una bella musica, che lancia molte riflessioni ma preferisce non arrivare a nessuna conclusione, non aggiungendo però nulla di nuovo alle precedenti considerazioni cinematografiche in materia di religione, ricerca di se stessi, terzo mondo, sfruttamento.. 
VOTO: 7 

venerdì 19 aprile 2013

Vi siete mai chiesti cosa succede in quella casa?

NELLA CASA
(DANS LA MAISON)
di François Ozon,
Francia, 2012
con Fabrice Luchini, Ernst Umhauer, Kristin Scott Thomas, Emmanuelle Seigner, Bastien Ughetto, Yolande Moreau

Se ti piace guarda anche: Match Point, Swimming Pool, Basta che funzioni, La damigella d'onore
TRAMA
Un professore, correggendo i tanti pessimi compiti dei propri studenti rimane talmente colpito dal tema di un ragazzo da invitarlo a proseguire nei suoi racconti che diventano sempre più morbosi man mano che il giovane si avvicina alla famiglia di un suo compagno di classe. La loro sfida, inizialmente squisitamente intellettuale, prenderà pieghe sempre più pericolose per le persone coinvolte, artefici compresi.
RECENSIONE
A due anni da Potiche - La bella statuina, François Ozon, uno dei più prolifici registi francesi del nuovo cinema francese (ha già terminato le riprese del suo film successivo), ritorna adattando una pièce di Juan Mayorga, Il ragazzo dell'ultima fila, e come era già successo con 8 donne e un mistero, il regista si dimostra particolarmente predisposto agli adattamenti teatrali.
Nella casa, titolo all'apparenza banale ma perfetto, è un film coinvolgente che muta col passare dei minuti, sorprendendo sempre lo spettatore. 
La storia di per sé non è nuova, il cinema in fondo è pieno di racconti di ossessioni, e si può evincere abbastanza presto dove si vuole andare a parare, eppure il regista se sempre come rendere la narrazione interessante e piacevole, aiutato anche da un ottimo ritmo che trasforma la commedia in un solido thriller.
C'è molto Woody Allen in questo squisito disquisire e criticare l'arte (con risultati spesso divertenti) e anche nella trama che ricorda i thriller londinesi del regista. Ma c'è anche molto cinema francese, da Chabrol a Rohmer, ma soprattutto appare evidente il legame con un altro film di Ozon, del quale è speculare per certi versi: Swimming Pool, in cui la scrittrice Charlotte Rampling si lasciava completamente manipolare dalla seducente Ludivine Sagnier. Qui c'è un professore che si lascia manipolare da uno studente attraverso dei racconti. Realtà e finzione, scrittori che per scrivere una storia non si fanno alcun scrupolo, curiosità che sfociano in ossessioni dai risvolti tragici.. Tanti sono i temi, tutti noti, ma abilmente presentati e mescolati.
La riuscita del film è dovuta anche a un cast azzecato e di grande talento: sempre ottimi Fabrice Luchini e Kristin Scott Thomas, coppia di intellettuali che oramai non ha altro da fare se non farsi i fatti altrui, bella e brava la signora Polanski Emmanuelle Sagnier nei panni della casalinga frustrata che si lascia sedurre dal ragazzino, perfetti infine i giovanissimi e sconosciuti Ernst Umhauer, protagonista capace di essere credibile nonostante il rischiosissimo e ambiguo ruolo e Bastien Ughetto, cavia del romanzo a puntate.
VOTO: 8-

lunedì 15 aprile 2013

Omaggio a Claudia Cardinale




CLAUDIA CARDINALE

È tra le più grandi attrici italiane di tutti i tempi, simbolo, assieme alla Loren e alla Lollobrigida, di una bellezza, di un divismo e di un cinema italiano immortale ma purtroppo lontano e irripetibile.


I suoi ruoli rimasti nell’immaginario collettivo sono la "donna dei sogni" di 8 ½ di Fellini, l'Angelica de Il Gattopardo di Visconti e la prostituta Jill McBain di C’era una volta il West di Sergio Leone.

Claude Joséphine Rose Cardinale nacque a Tunisi il 15 aprile 1938 da genitori siciliani e diventa attrice per caso, quando Franco Cristaldi, suo futuro compagno, le propone un contratto con la sua casa di produzione. 
Il suo debutto avviene grazie a Mario Monicelli e un ruolo secondario, ma comunque memorabile, grazie a un classico della commedia italiana, I soliti ignoti.
In Un maledetto imbroglio di Pietro Germi, del 1959 ha un ruolo più importante mentre l’anno successivo segue un piccolo ruolo in un altro grande film: Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti. Poi arriva Mauro Bolognini con cui inizia un solido rapporto professionale e amicale che porta a cinque film, da lei particolarmente amati: Il Bell’Antonio, nel 1960, Senilità (oggi introvabile nonostante la celeberrima fonte letteraria), La Viaccia e Libera Amore mio, ai tempi passato del tutto inosservato.
Nel 1961 intrerpreta La ragazza con la valigia di Valerio Zurlini, cruciale in quanto storia di una ragazza sedotta e abbandonata con la quale la Cardinale si identifica molto ma anche perché è il film che le permette definitivamente di essere apprezzata come attrice drammatica.
Il 1963 è il suo anno magico grazie a due pietre miliari del cinema come 8 ½ e Il Gattopardo, ma anche La ragazza di Bube di Luigi Comencini e il  successo nternazionale La Pantera rosa di Blake Edwards.
Nel corso degli anni ’60 si aggiungono altri titoli importanti: Il magnifico cornuto di Antonio Pietrangeli (1964), Vaghe Stelle dell’Orsa di Luchino Visconti, Leone d’oro a Venezia nel 1965, Il giorno della civetta di Damiano Damiani (1968) e soprattutto C’era una volta il West, di Sergio Leone (1968), altro ruolo iconico nella sua straordinaria carriera.
All’alba degli anni ’70 la sua grandissima popolarità è rinnovata da un classico come Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata di Luigi Zampa (1971), ma per il resto del decennio recita in pellicole dimenticate dirette per lo più dal nuovo compagno Pasquale Squitieri, futuro senatore per Alleanza Nazionale.
Bisogna attendere l’inizio degli anni ’80 per una nuova scossa nella sua carriera grazie a tre film controversi: Fitzcarraldo del regista maledetto Werner Herzog (1982), La pelle di Liliana Cavani e Le ruffian, in cui è diretta per la seconda volta da un altro regista maledetto, José Giovanni.
Altro anno importante è il 1984, grazie a Bellocchio che la dirige in Enrico IV e il compagno che con Claretta le permette di vincere sia Nastro d’argento che David di Donatello: riconoscimenti tardivi che giungono nell’ultimo suo film degno di nota. 
Claudia si è poi trasferita in Francia, ha fatto molto teatro e ha disertato ruoli importanti per qualche decennio finché nel 2012 non ha deciso di ritornare al cinema prendendo parte a una decina di progetti, da Gebo et l’ombre di Manoel De Oliveira a The Third Person, nuovo film di Paul Haggis in cui appare al fianco di James Franco e Mila Kunis.
La sua carriera in immagini:
1958: I soliti ignoti di Mario Monicelli
1960:  Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti.


Il Bell’Antonio di Antonio Pietrangeli

1961: La ragazza con la valigia di Valerio Zurlini
 1963  8 ½  di Federcio Fellini



Il Gattopardo di Luchino Visconti

1965 Il magnifico cornuto di Antonio Pietrangeli 
1968 C’era una volta il West, di Sergio Leone


 2012 Gebo et l’ombre di Manoel De Oliveira 

mercoledì 10 aprile 2013

Fino all'ultimo respiro: manifesto della Nouvelle Vague

FINO ALL'ULTIMO RESPIRO
(A BOUT DE SOUFFLE)
di Jean-Luc Godard,
Francia, 1960
con Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Daniel Boulnager, Jean Pierre Melville
Se ti piace guarda anche: Ascensore per il patibolo, Jules et Jim, Nel corso del tempo, Somewhere.
 

TRAMA
Un fuggitivo, Michel, reduce da un furto e un omicidio, si rifugia nella love story con una studentessa inglese che vende l'Herald Tribune. Tra menzogne e passione, la storia non potrà che avere esiti tragici.

RECENSIONE
Cosa si può aggiungere a un film che ha cambiato per sempre la storia del cinema?
A Fino all'ultimo respiro si devono moltissimi elementi diventati poi comuni nel cinema di oggi che però erano impensabili fino allora: i cosiddetti "tempi morti", personaggi che si rivolgono direttamente alla telecamera, uso della camera a spalla, montaggio disconnesso, citazioni di altri film, negazione di una trama e dell'importante dei dialoghi....

Senza Fino all'ultimo respiro non avremmo mai avuto Tarantino, tanto per far un esempio specifico. In generale, non avremmo mai avuto quel cinema che oggi consideriamo d'autore: Godard sfidò il cinema dell'epoca proponendo un'alternativa e da quel momento il cinema si sarebbe sempre più diviso tra cinema "d'autore" e non, tra registi che vogliono curare ogni aspetto possibile dei loro film e registi che lavorano per commissione. Naturalmente questa è una semplificazione, ma il film fu il primo ad esprimere quel concetto di "politica degli autori" (da qui il nome cinema d'autore) apparso qualche anno prima sulle pagine dei Cahiers du Cinéma.

Da una parte un ritorno al passato quando i dialoghi non erano così necessari: emblematica e citatissima in seguito, la chiusura a iride tipica dei film muti, dall'altro un grande passo verso un cinema del futuro che trova nuove vie per comunicare.
Non servono più storie, né personaggi, né dialoghi.
Basta seguire lo zigzagare di un criminale ed ascoltare i suoi dialoghi non troppo sensati.

Pur non essendo il primo film della Nouvella Vague, Fino all'ultimo respiro ne è sicuramente il manifesto.
Quale sia esattamente il primo film di questa corrente cinematografica è difficile dirlo, siccome i critici non l'hanno ancora deciso: che sia Ascensore per il patibolo di Louis Malle, I quattrocento colpi di François Truffaut o Hiroshima mon amour di Alain Resnais, il più celebre, storico e simbolico resta questo film d'esordio di Godard, scritto con l'altro regista simbolo della Nouvelle Vague, destinato poi a una carriera di maggior successo e respiro, ovvero François Truffaut. A dire il vero il film si basa su un soggetto, e la sceneggiatura fu decisa ciak dopo ciak.

Il film deve molto poi al protagonista, negativo, che non fa nulla per farsi amare dallo spettatore eppure alla fine affascina. Al suo fianco un'algida, androgina eppure sexy Jean Seberg, pronta a impersonare un nuovo tipo di femminilità.

CAST JEAN SEBERG
(1938-1979)
Nell'immaginario collettivo Jean Seberg è rimasta la ragazza coi capelli cortissimi che fa innamorare Bebel in questo film iconico. Una ragazza emancipata e forte, in parte lontana dalla donna che l'attrice diventò. Jean soffrì spesso di depressione e si tolse la vita a 39 anni con il solito sovraddosaggio fatale di barbiturici. La sua scomparsa provocò molto scalpore perché si vociferò che fosse coinvolta la CIA.

JEAN-PAUL BELMONDO
Il suo primo ruolo importante, ma anche quello più importante. Per la sua biofilmografia cliccare qui.

REGISTA JEAN-LUC GODARD
Nato nel 1930, simbolo della Nouvella Vague di cui dirige alcuni film simbolo come La donna è donna, Band à part, Due o tre cose che so su di lei.